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TREKKING SUL TASSILI
"UNE SAISON
EN PARADIS"
Viaggio effettuato
dal 27/02/2002 all' 8/03/2002
A cura di Anusca Grisendi a.grisendi@tin.it
27 febbraio 2002.
A Fiumicino incontro i miei compagni di viaggio: Ezio, Fiorenzo, Eugenio,
Dario e Raffaella, sua moglie, Anna e Maria Grazia, sorelle, benché assai
diverse nell'aspetto e nel tempera mento. Mi basta poco per accorgermi che
sono persone che hanno già "incontrato" il deserto e che lo amano tanto da
volerci ritornare. Le premesse non potrebbero essere migliori per un viaggio
che si profila tanto interessante quanto faticoso. Contro ogni mia aspettativa
l'aereo è quasi in orario: questo viaggio si prospetta fortunato già in partenza.
Ad Algeri troviamo, puntuale come sempre Hafid, che ci accompagna in albergo,
perché l'aereo per Djanet parte domani mattina. Qui troviamo due giornalisti
italiani che domani partiranno per Tinduf contemporaneamente a noi, e con
loro ceniamo: sono simpatici e contribuiscono a rendere ancora più allegra
la cena, che già risente dell'entusiasmo che accompagna l'inizio di un viaggio
che ha il sapore dell'avven tura. E per me è doppiamente un'avventura, perché
mi trovo per la prima volta con la intera responsabilità della gestione di
un gruppo, che per di più ha delle aspettative qualificate ,che meritano di
non essere deluse.
Timras-Tikobaouin-Essendilene
Anche questa mattina l'aereo parte quasi puntuale e arriviamo a Djanet
nella tarda mattinata. Sidi e Elkher ci attendono all'aeroporto, Elkher elegantissimo
nella sua gandura bleu col shesh giallo. Per un attimo non ci riconosciamo:
io ho i capelli molto più lunghi dell'ultima volta che ci siamo visti, lui
ha il viso quasi completamente coperto dal shesh, ma basta il suono della
sua voce che mi chiama ed è una gioia ritrovarsi e salutarsi. C'è anche Ahmed,
il secondo autista, e subito dopo faccio la conoscenza con Aziz, il cuoco,
che ci accompagnerà sul Tassili. Noto la presenza insolita di numerose donne
in abiti colorati ed elegantissimi: evidentemente si attende qualche personaggio
importante. Poco dopo si alza il loro grido stridulo, lo stesso che risuona
in modo ossessivo e inquietante in una scena notturna di "Ultimo the nel deserto".
Ora ha un tono di esaltazione festosa, mentre le donne si assiepano sulla
porta d'ingresso, da cui entra una figura completamente velata di nero. E'
una sposa novella, mi dice Elkher. Recuperati i bagagli, saliamo sui Toyota
e ci dirigiamo verso Terarart: "les vaches qui pleurent" sono la prima immancabile
meta, e non smettono mai di stupirmi ogni volta per la loro estrema eleganza
e la loro modernità, e perché ogni volta mi svelano qualche loro segreto,
come le grandi opere d'arte, che non finiscono mai di parlare a chi le guarda
con amore e col desiderio di entrare nel segreto della loro anima vecchia
di secoli o millenni. Poi subito via verso l'erg Admer alla ricerca dei gassi
che si insinuano fra le curve morbide delle dune color cipria. Un particolare
insolito attrae la mia attenzione: un velo di polvere nera si addensa qua
e là sulle dune nei punti più esposti al vento. Chissà da quali lontane rocce
arenariche l'ha portata il vento! E qui ci insabbiamo per la prima volta:
la macchina di Ahmed non riesce ad uscire da una conca. Intanto che lui e
Elkher ci provano, ci incamminiamo a piedi sulle dune, poi, appena ci raggiungono,
risaliamo e ci dirigiamo velocemente verso Timras: si vedono già in lontananza
le sue torri di arenaria che si innalzano su cumuli di sfasciumi a forma di
tronchi di cono.Il contrasto fra il loro colore scuro e la morbida tinta dorata
della sabbia dà al paesaggio un tocco di magica irrealtà. Il cielo è solcato
da striature di nubi bianchissime, che gli conferiscono un'insolita profondità.
E' raro vedere sul Sahara un cielo così mosso; lo osservo assaporandone la
bellezza, perché si fissi nella memoria con lo splendore di una gemma rara.Ci
addentriamo seguendo un percorso che ora si restringe, ora si allarga in vasti
spiazzi sabbiosi, chiusi da cortine di rocce dalle forme mutevoli , che sembrano
fare da argine alla tentazione dell'anima di smarrirsi nell'infinito. A Tillilene
scendiamo e procediamo a piedi: si ha bisogno di un contatto più intimo con
questo paesaggio forte, che tanto travalica i limiti umani; toccare la sabba
coi piedi nudi regala la sensazione esaltante di esserne parte.I Toyota ci
sorpassano e si fermano sull'alto di una duna; Elkher, che è un ballerino,
alza il volume del mangianastri e si mette a ballare, subito imitato da Aziz.
Li raggiungo velocemente e mi unisco a loro, felice di ritrovarmi in questa
dimensione, in cui sento tutto il mio essere espandersi in libertà, con uno
slancio mai conosciuto, protetta dall'amicizia di questi uomini dal sorriso
aperto e dagli occhi luminosi e acuti.Al tramonto raggiungiamo Tikobaouin:
i profili delle rocce si fanno più morbidi e rotondi, i colori più pastosi.
Cerco il profilo della roccia che si protende e si inarca come un'enorme proboscide
di elefante; Elkher me la indica da lontano. Facciamo una breve escursione
nei dintorni e salgo sul massiccio da cui so che si domina l'avvallamento
sabbioso che domani attraverseremo, disseminato qua e là di rocce isolate.
La sera che scende spegne i colori, attenua il contrasto luce-ombra e il paesaggio
pare sospeso nella tensione di un'attesa. Durante la discesa scopriamo fra
la sabbia due boccioli di "ahléwan" (Cistanche Phelypea"), come due grosse
spighe ancora chiuse; uno ha da poco bucato la crosta della sabbia. Appaiono
così teneri sullo sfondo di questo paesaggio arido! E insieme danno l'idea
di una vitalità indomabile.Torniamo al campo che è quasi buio; dietro le rocce
alle nostre spalle si sta già diffondendo la luce bianca e fredda della luna;
sopra di noi uno stellato che gli occhi non si stancherebbero mai di guardare.
Ho scelto per dormirci un avvallamento stretto fra una duna e le rocce; sembra
una culla , ma il vento vi si insinua e la duna produce ben presto una sensazione
di freddo, che mi dura per tutta la notte, acuito dal biancore lunare, che
ha invaso tutto il deserto.
Al mattino procediamo a piedi, finché non
ci raggiungono i Toyota. Ci immettiamo sulla strada per Illizi, ma ben presto
l'abbandoniamo per entrare nell'oued Essendilen, vasto all'inizio, col fondo
cosparso di cespugli, acacie e tamerici, e delimitato ai fianchi da torrioni
rocciosi del tutto simili a quelli di Timras, ma dalle tinte più morbide.
Oltrepassiamo alcune tende di nomadi touareg e un branco di cammelli che non
si lasciano avvicinare. Il fondo dell'oued si restringe a poco a poco, mentre
la vegetazione s'infoltisce; alla fine, dove alte pareti di roccia chiudono
l'oued, compaiono le palme e gli oleandri: siamo vicini alla guelta, famosa
per la sua bellezza e anche perché teatro dell'episodio finale del romanzo
"Incontro a Essendilen" di R. Frison Roche, un alpinista francese che, stregato
dal deserto, ha lasciato le Alpi per le montagne dell'Hoggar e dell'Assekrem.Per
raggiungere la guelta, incastonata fra rocce strapiombanti, percorriamo uno
stretto canyon, aprendoci quasi la strada fra la fitta vegetazione di acacie,
tamerici, teak e soprattutto oleandri.Elkher mi ha confermato che da quasi
due anni non piove a Djanet, ma qui deve essere venuto di recente un acquazzone:
in qualche anfratto il terreno è melmoso e quando arriviamo alla guelta, vedo
che sulle rocce che bordano il minuscolo laghetto sono nati dei ciuffi verdissimi
di una pianta che assomiglia al capelvenere, che si riflettono dentro l'acqua
immobile e paiono animarla. In gennaio non c'erano. Rimango stupita dell'aspetto
ridente e vivo che questi ciuffi di un verde tenerissimo danno alla piccola
conca, che solo due mesi fa mi era parsa fredda, nonostante la presenza dell'acqua
e della vegetazione. Anche i miei compagni di viaggio ne rimangono affascinati
e Eugenio indugia a lungo vicino al laghetto, per schizzare il paesaggio su
fogli da disegno, che si porta sempre appresso.
Akba Tafilelet-Tamrit-Timenzousine-Tan
Zoumaitac-Valle dei cipressi
Nel primo pomeriggio ripartiamo
per Djanet; dobbiamo rivedere e integrare l'equipaggiamento in vista dell'obiettivo
vero del nostro viaggio: 7 giorni di trekking sul Tassili. Questa notte dormiremo
ad Akba Tafilalet, ai piedi dell'altopiano, per poter partire domattina presto:
ci attende una salita di 500-600 m., è bene farla quando non è ancora troppo
caldo. Il cielo si vela di nubi, mentre corriamo veloci sul pianoro sabbioso
che orla l'erg Admer, ma si rischiara al tramonto e quando arriviamo all'akba
l'ultimo sole arrossa i torrioni di roccia che l'erosione millenaria ha separato
dai primi contrafforti del Tassili, dietro cui le nubi si sfilacciano lentamente.
Lo spettacolo ha qualcosa di sovrumano. Nessuno resiste alla tentazione di
fotografarli per portarsi via una scheggia di questa bellezza, per salvarla
nella memoria e sottrarla per sempre al fluire del tempo.La sera al campo
è movimentata dall'incontro con gli asinieri e con Ouaoua, la guida che ci
condurrà attraverso le meraviglie di quest'altopiano, che ospita migliaia
di pitture rupestri risalenti fino a 8000 anni prima di Cristo, e che riserva
ad ogni passo la sorpresa di un paesaggio tutto di roccia, ma perennemente
mutevole. Domani ci seguiranno a distanza i graziosi asinelli bianchi e grigi,
che si accollano l'onere di portarci i bagagli e le provviste, guidati da
Moni e da Mohammed. Già in dicembre Moni è stato con me sul Tassili e l'incontro
è caloroso e cordiale. E' alto e magro, di pelle molto scura, ha uno sguardo
penetrante e un aspetto nobile nella sua gandura azzurra, stretta in vita
da una fascia scura; ha i lineamenti duri e un'aria riservata, ma io ho visto
i suoi occhi illuminarsi e il suo viso aprirsi in un sorriso affascinante
una sera, a Tamrit, mentre davanti al fuoco ci raccontava un episodio della
sua giovinezza, quando, parlandole, era riuscito a conquistare l'amore di
una ragazza, fino ad allora sorda alle sue attenzioni.La serata è particolarmente
allegra: siamo tutti eccitati all'idea dell'avventura che ci attende, io in
particolare, che da tempo desidero percorrere l'intero circuito attraverso
i maggiori siti dell'arte rupestre sahariana. C'è anche sotto sotto il dispiacere
di separarsi da Elkher e Ahmed, anche se so che li ritroverò a Akba Aroum,
dove verranno a prenderci fra una settimana.La luna imbianca le rocce e la
sabbia quando mi corico sotto un'acacia, più con la voglia di respirare l'atmosfera
trasognata del luogo che col desiderio di dormire. Ci pensa Elkher a tenermi
sveglia: contro le buone regole del Corano si è scolata mezza bottiglia di
vino e ha più voglia che mai di scherzare, nonostante il male alla gola, per
il quale ho già provveduto a rifornirlo di medicinali appropriati.Sono costretta
a zittirlo più volte, ben sapendo che, permaloso com'è, domattina se ne lamenterà.Quando
la sveglia suona all'alba, è da un po' che sento gli asinieri in fermento.
Hanno già radunato gli asini , che la notte vengono impastoiati e lasciati
liberi di cercarsi il cibo; Aziz ha provveduto alla colazione e alle 7 siamo
in grado di metterci in cammino con Ouaoua in testa, che sale con la leggerezza
di una gazzella. E' di corporatura minuta, veste pantaloni larghi di colore
nero con sopra una corta gandura di dubbio colore bianco, e sopra ancora un
cappottino di un verde militare stinto. Ha due occhietti piccolo e tondi,
luminosi e sorridenti.
A metà della prima akba ci raggiunge Aziz,
che è rimasto per aiutare a fare il carico e che porta la valigetta della
farmacia e il sacco col pane; gli asini vanno più adagio di noi, perciò ci
portiamo delle provviste per quando arriveremo a Tamrit, verso mezzogiorno.
Insieme con Aziz chiudo la colonna che sale, in modo che Ouaoua, vedendoci,
sappia che il gruppo è al completo.
In cima alla prima akba si apre davanti a
noi il pianoro di Tefetest, disseminato di magre acacie; lo percorriamo e
affrontiamo la seconda akba per un ripido sentiero fra le rocce, sbucando
infine su una piattaforma rocciosa, da cui si domina a destra una spaccatura
profonda che comunica con un vallone laterale e ospita una guelta dal colore
verde cupo. Scendiamo nel canyon di fronte attraverso una sassaia malagevole,
a metà della quale, sulla destra, si apre in un incavo della roccia il letto
asciutto di un'altra minuscola guelta, circondata da oleandri ancora rigogliosi.
Fra i sassi spunta ogni tanto il miracolo di un cespuglio verde con fiorellini
lilla,gialli, bleu. Alla fine del canyon prendiamo a destra il sentiero sassoso
dell'akba Tekbelonfas, che ci porterà in quota. E' il sentiero percorso dagli
asini ed è pieno di sassi mobili, che rendono penosa la salita. Ho sempre
fatto una via più ripida e più breve, ma meno malagevole; forse Ouaoua ha
imboccato questa perché sale più gradatamente.
In cima alla terza akba si apre il pianoro
sassoso che ancora ci separa dalla meta; qui la vista spazia a 360°e in fondo
si intravvedono le rocce un po' tozze di Tamrit, somiglianti ai castelli che
fanno i bambini sulla spiaggia, facendo gocciolare dalla mano la sabbia bagnata.
E' una fortuna che il sole si sia un po' offuscato, perchè sono ormai le 11
e il caldo si fa sentire. A lato del sentiero scopriamo la traccia lasciata
da un uromastice, che si è rintanato sotto una pietra. Qua e là qualche cespuglio
di "teak" in fiore e di "tronak" ( è Aziz che me ne dice il nome).Raggiungiamo
Tamrit alle 12 e ci fermiamo sotto un grande cipresso isolato, che desta stupore
nei miei compagni; sapevano dei cipressi millenari di Tamrit, ma la comparsa
improvvisa di una pianta dall'enorme chioma in questo paesaggio pietrificato
suscita grande emozione e sorpresa. Ouaoua si allontana senza dire nulla;
più tardi capirò che è andato a pregare. Mentre gli altri riposano, vado con
Aziz a cercare un luogo dove porre il campo e a salutare i touareg che custodiscono
il campo tendato di Sonatrac, che sorge li vicino. Ci accoglie l'immancabile
Osman, col quale ricomincia l'altrettanto immancabile contrattazione sul numero
dei cammelli che voglio per sposarlo; e come al solito non troviamo un accordo.
Beviamo un po' di acqua dalla cisterna del campo e veniamo invitati a pranzo.
Lascio Aziz con loro, perchè non ha portato nulla da mangiare per sè, e ritorno
dal gruppo, per riposare un poco sotto il grande cipresso.
Alle 15 ci rimettiamo in cammino per visitare
Tamrit superiore e Timenzousine, lasciando Aziz con i nostri zaini; gli asini
non sono ancora arrivati.
Rivedo le elegantissime antilopi color ocra
con una bianca banda sinuosa che ne disegna il petto, la gola e le corna,
e poco oltre, sul soffitto di un basso riparo roccioso, che mi costringe a
penetrarvi carponi, Ouaoua mi indica un dipinto quasi del tutto cancellato,
la cui decifrazione pare quasi impossibile. L'osservo ansiosa di trovare una
chiave di lettura e improvvisamente la scena mi si illumina: è la "barca egizia",
che ho visto nella riproduzione fattane da H. Lothe, che scoprì nel 1956 la
maggior parte delle pitture rupestri del Tassili. Mi sento felice come se
avessi scoperto un tesoro e seguo con amore le linee tracciate sulla roccia,
che riprendono vita e forma nella mia fantasia, come se le vedessi in tutto
il loro antico splendore.
A Timenzousine mi aspetta un'altra sorpresa:
una lastra rocciosa orizzontale sulla quale è inciso un grosso elefante. Sono
già passata di qui almeno una volta; qui vicino c'è la scena dei danzatori
e quella degli uomini col corpo dipinto, ma non ho mai visto questo grande
animale, che fra l'altro è un unicum, sia perché è un graffto, sia perché
l'immagine dell'elefante compare di rado nelle pitture del Tassili. Ci divertiamo
a riempire con la sabbia il solco del graffito e alla fine l'immagine del
pachider ma risalta nitida sullo sfondo grigio della roccia.Sulla via del
ritorno troviamo il covo di un uromastice: le tracce sono nitide e dentro
la tana sentiamo muoversi l'animale, stuzzicato da Ouaoua con un bastoncello.
Quando siamo in vista del grande cipresso scorgiamo i nostri zaini e Aziz,
ma gli asini non ci sono. Comincio a preoccuparmi. Aziz, per tranquillizzarmi,
mi dice che il ritardo è normale: i passaggi fra le rocce sono stretti e difficoltosi;
gli animali a volte sono riottosi, bisogna scaricarli, portare a spalle il
loro carico e ricaricarli dopo i passaggi più duri. Lo so, ho già visto questa
scena, ma non riesco ad impedirmi di essere inquieta, anche se la vicinanza
del campo di Sonatrac è tutto sommato rassicurante. Per ingannare l'attesa
ci muoviamo con tutto il gruppo verso il luogo scelto per il campo, lasciando
Ouaoua sotto il cipresso, per segnalare agli asinieri il nostro spostamento.Mentre
ci avviciniamo al campo tendato, Osman e un altro touareg, appollaiati su
una roccia a mezza altezza, ci segnalano la comparsa degli asini; un raglio
in lontananza ce ne dà la conferma. Mi rassereno e gusto con soddisfazione
l'acqua che un touareg gentilmente ci porta dal campo; mi torna la voglia
di scherzare con Aziz, il cui largo sorriso e i cui occhi luminosi promettono
disponibilità totale a collaborare per superare senza ansie tutte le possibili
difficoltà. Dopo poco compare in lontananza su una roccia Ouaoua, che ci fa
dei segnali: gli asinieri non hanno colto in tempo il suo messaggio e hanno
scaricato gli animali sotto il grande cipresso. Dispiace rinunciare al campo
sotto le rocce, ma poco male: vicino al cipresso dei muretti a secco delimitano
degli spazi circolari, entro cui ci si puo' agevolmente riparare dal vento,
sempre presente sull'altopiano. Cenare li dentro, davanti al fuoco acceso,
crea un'atmosfera intima, calda, in cui i rapporti umani sono facilitati;
è qui che pochi mesi fa ho visto trasfigurarsi il volto di Moni al ricordo
di quel suo amore giovanile.A cena quasi finita arrivano gli uomini del campo
tendato. Conosco la disponibilità dei touareg all'allegria, all'ironia, al
gioco; basta un piccolo incitamento perchè Osman afferri una tanica vuota
e si metta a cantare, suonando il tam tam. Canta inventando, lo si capisce
anche senza afferrare il senso delle parole, e a tratti incrina la voce e
la spegne in un gemito,"fatigué", inclinando un poco la testa di lato per
dare l'impressione visiva della stanchezza; e subito ricomincia fra l'ilarità
generale con un'altra strofa. Poi si mette a giocare con un pendolo improvvisato,
facendo fantasiose predizioni sulle future tappe del nostro viaggio. Intanto
è arrivato Moni con il the, a cui non riesco a dire di no, anche a rischio
dell'insonnia.Quando tutti vanno a dormire, rimaniamo io e Aziz, che mi informa
che gli asini, troppo carichi, hanno portato solo quattro taniche piene di
acqua; dopo i consumi della giornata ne restano solo due. Contemporaneamente
Ouaoua mi comunica una variazione al programma: domani sera si fa il campo
a Ouan Touami invece che a Sefar, dove si potrebbe fare rifornimento di acqua.
Chiamo Moni e, con Aziz che mi fa da interprete, chiedo che domattina si riempiano
a Tamrit quattro taniche, in modo da averne sei per i prossimi due giorni,
in cui non sarà possibile rifornirsi. Moni fa resistenza, ma alla fine acconsente;
so già che non lo farà, del resto non è possibile sovraccaricare gli asini,
ma ho insistito perché capisca che ho intenzione di tenere strettamente sotto
controllo la situazione.Aziz ha già calcolato che i consumi pro die sono di
circa 30 l.; riducendo al minimo la razionededicata all'igiene personale,
ce la possiamo fare anche con quattro taniche, ma da Sefar non potremo partire
senza otto taniche piene: ci aspettano 4 giorni senza possibilità di rifornimento.
A quel punto però il problema del sovraccarico non ci sarà più, grazie al
consumo delle derrate alimentari, e il percorso sarà in piano.Al mattino di
buon ora ci mettiamo in cammino per Tan Zoumaitac. Il paesaggio pietrificato
del Tassili si presenta con una varietà inesauribile di forme e non finisce
mai di stupire. A Tan Zoumaitac le rocce assumono l'andamento di fasci di
colonnine interrotte da marcapiani; le stesse colonnine, più basse e più tozze
, sorreggono talvolta grandi rocce piatte orizzontali, che sembrano enormi
corpi di animali sostenuti da corte gambette. Ouaoua me ne indica una e mi
dice un nome:"tejare"; sarà il nome dell'animale a cui la roccia somiglia
o un termine per indicare quel tipo di fenomeno?A Tan Zoumaitac incontriamo
anche le prime "teste rotonde", figure umane in ocra violacea dalla grossa
testa tonda, priva di qualunque tratto fisionomico. Anche le membra sembrano
un po' rigonfie, tanto che qualcuno ha avanzato l'ipotesi che si tratti di
extraterrestri. Accanto ad esse compare un'immagine emisferica sostenuta da
peduncoli, che puo' far pensare ad un'astronave. Comunque sia, queste sono
le pitture più antiche, risalenti all'alto neolitico, quando il Sahara godeva
di un clima saheliano, aveva l'aspetto di una savana ed ospitava elefanti,
giraffe, rinoceronti, leoni, come testimoniano le incisioni e i dipinti rupestri
disseminati per tutto il deserto.In una grotta a destra c'è l'immagine di
una piccola, graziosa gazzella; il colore violaceo dice che anche questo dipinto
è assai antico.Addentrandoci fra le rocce, raggiungiamo il "grande canyon",
una voragine scavata dall'acqua che una volta scorreva abbondante sul Tassili.
Mi allontano dal gruppo per raggiungere un punto d'osserva zione più elevato;
da li scorgo sul fondo del canyon una piccola guelta, mai vista prima. Ouaoua,
che mi ha raggiunto, mi dice che in quel punto sfociava l'oued Sibrì. Qui
si gettava anche l'oued Tamrit, oggi conosciuto come "la valle dei cipressi",
perché ospita dei bellissimi esemplari di "cupressus dupretiana", vecchi di
4000 anni , purtroppo votati all'estinzione, giacchè i tentativi di farli
ricrescere in loco non hanno dato risultati. La percorriamo ritornando verso
Tamrit, colpiti dalle grandi chiome e dalle forme inusitate dei cipressi,
alcuni fortemente piegati verso terra dal vento, altri col tronco tutto contorto
e sinuoso, altri cresciuti con più tronchi come dei grandi cespogli. Ouaoua
si arrampica su un tronco ormai morto e si appollaia lassù; coi suoi occhietti
sorridenti mi fa cenno di raggiungerlo, perché vuole farsi fotografare con
me. Prima di uscire dalla valle vediamo altri dipinti: una mucca che allatta,
un bel busto di guerriero con la testa rotonda e due asticelle che ne spuntano
a mo' di antenne, e delle mani, in tutto simili a quelle che si ritrovano
in numerosi dipinti rupestri coevi in Europa.
Ouan Guffa-Innaleouan-In
Itinen-Tetrastnelies
Una pausa per il pranzo e ripartiamo. Attraversiamo
Ouan Guffa, con i suoi spiazzi contornati da rocce a forma di teste di uccello
col lungo becco, e ci troviamo di fronte Innaleouan, una selva di alti pin
nacoli fortemente corrugati e tutti di forma diversa. I miei compagni sono
senza parole di fronte all'aspetto maestoso e metamorfico del paesaggio e
lo attraversano fermandosi continuamente per guardarsi intorno e indietro,
perché ad ogni passo il cambiamento di prospettiva produce mutazioni nello
scenario. Si chiamano l'un l'altro per indicarsi nuovi particolari appena
scoperti, mentre Eugenio riempie di schizzi fogli su fogli, con l'aria di
chi è ansioso di non lasciarsi sfuggire nulla. Camminiamo lentamente col naso
per aria in stretti corridoi sabbiosi, finché sbuchiamo nel vasto spiazzo
di In Itinen , una grande arena limitata da torri di roccia meno alte delle
precedenti.Qui si trova la raffigurazione del carro dei Garamanti, una popolazione
con cui anche i Romani ebbero a scontrarsi e che aveva la sua capitale a "Garama",
in prossimità dell'attuale Djerma in Libia. E' un carro a 4 ruote, trainato
da una pariglia di cavalli al galoppo, con sopra un auriga che tiene saldamente
in pugno le redini. Il dipinto risale al primo millennio a. C., ma la parete
che lo ospita presenta altre immagini certamente anteriori: un bue pezzato
con le corna lunate e altri bovini dell'epoca "bovidiana", figure umane in
piedi e sedute della stessa epoca, e in alto a destra una bella figura femminile
seduta, con la testa rotonda e il bel proflo appena accennato.Non molto oltre,
nella zona chiamata Tetrastnelies, è dipinta una figura bianca dall'aspetto
mostruoso, sovrapposta ad una grande antilope, pure bianca, e a sinistra una
teoria di figure umane bitriangolari con la testa a bastoncino di epoca posteriore.
Nella parete di fronte c'è una scena complessa con una carovana e forse la
cattura di un cammello; nell'angolo in basso a destra mi pare di vedere, dietro
ad una fila di cammelli più piccoli, un uomo che guida un carro trainato da
un cavallo: siamo dunque vicini all'epoca cristiana, quando il cammello (in
realtà il dromedario) é stato importato in Africa, ma non ha ancora completamente
soppiantato il cavallo.La sera mettiamo il campo a Ouan Touami, sotto una
parete di roccia aggettante, dove al mattino scopro alcune immagini sbiadite
dell'epoca "camellina". La tappa è stata lunga e dopo cena si rende necessaria
una revisione del programma dei giorni successivi; dopo lunga discussione
con Ouaoua, con l'intermediazione di Aziz e di Mohammed, che parlano un po'
di francese, ci accordiamo per un programma che suddivida equamente le tappe,
senza farci rinunciare a nessuno dei siti più importanti.Tutti vanno a dormire;
rimaniamo solo io e Aziz a sistemare la cucina e a fare i preparativi per
il giornodopo. Chissà perché, la consultazione ci ha messo di buon umore e,
mentre lavoriamo, ci divertiamo a giocare con gli strani nomi dei luoghi che
ospiteranno i prossimi campi.
Ouan Touami-Tin Aboteka-
Tin Tazarift- Tin Teferiest-Sefar
Ouan Touami presenta rocce
massicce con la superficie rugosa e scagliosa come un guscio di tartaruga;
alla loro base , dove il vento ha eroso in profondità la pietra arenarica,
ci sono dei ripari fortemente aggettanti, ricchissimi di dipinti: in una parete
è raffigurata una lotta fra guerrieri e sul lato destro tre bellissimi bovini
parzialmente sovrapposti, guardati da un pastore, che a me pare di epoca posteriore
per la differente colorazione; in quella di fronte c'è una caccia al muflone
e nella zona inferiore un' altra battaglia. In altre pareti si vedono un labirinto,
bei bovini di colore scuro, un bue con in groppa una scimmia(?), poi ancora
mani in una scena complessa, quasi illeggibile, e una scena di monta fra due
bovini. Ci allontaniamo percorrendo una serie di spiazzi rocciosi contornati
da rocce tozze e rugose, varia mente modellate in un gioco continuo di forme
bizzarre, e sbuchiamo in un vasto pianoro sassoso;di fronte a noi si staglia
la selva di torri di Tin Tazarift. Via via che ci addentriamo gli spazi si
restringono in una serie di corridoi stretti fra rocce strane, che paiono
graffiate dalle unghiate di qualche enorme animale preistorico. Subito dopo
un altro pianoro sabbioso e di nuovo una cortina di torri, dietro cui si apre
un secondo pianoro sassoso su due livelli, a sua volta delimitato da torri
più massicce: siamo a Tin Aboteka. Ci immettiamo nel letto dell'oued omonimo,
popolato da magri cespugli, alla ricerca dei ripari con le pitture. Qui le
rocce sono molto incavate e lisciate alla base e sotto gli aggetti scopriamo
l' immagine di un grande muflone bianco, a cui è sovrapposta quella di un
cane in ocra rossiccia, con una lunga coda arricciolata, poi guerrieri con
scudo e una grande immagine bianca e tozza con una testa che la fa assomiglire
ad un fungo. Tin Aboteka è il punto più a est del nostro itinerario; ora puntiamo
verso sud-ovest e ripercorriamo Tin Tazarift osservandone le pitture, alcune
delle quali sono fra le più belle e interessanti di tutto il Tassili.Abbondano
scene del periodo "bovidiano", che raffigurano mandrie accompagnate da uomini;
in una c'è una figura umana esile ed elegante, dal profilo negroide, con in
testa quella che sembra una bianca cuffietta e un perizoma pure bianco sui
fianchi; in un'altra si vede, un animale (un cane?) che si rotola sulla schiena;
in un'altra ancora compaiono scimmie e uccelli, raramente presenti nelle pitture
del Tassili. Ma ci sono anche numerose teste rotonde, belle e a abbastanza
conservate; un riparo in particolare presenta due personaggi armati di arco
e muniti di 2 piccole antenne alla sommità del capo; fra loro c'è una terza
figura orizzontale, che sembra nuotare. Tutte le figure sono disegnate con
tratto sicuro e sono in movimento: questi lontani antenati avevano la stoffa
dei grandi artisti.Alla base di un riparo Ouaoua ci indica una grossa pietra
scavata, con dentro alcuni ciotoli perfettamente rotondi e levigati: si tratta
di un mortaio, in cui questi artisti preistorici trituravano delle pietruzze
color ocra, riducendole in polvere; poi legavano questa polvere con chiaro
d'uovo di struzzo o con caseina e la usavano per realizzare le pitture. Anche
in altre zone del Sahara è facile vedere di questi mortai, che spesso hanno
la forma di coppelle scavate nella roccia alla base dei dipinti.Procedendo
in direzione di Sefar, attraversiamo l'oued Tin Teferiest, dove in un altro
riparo scopro un' immagine semicancellata, che mi ricorda molto la "barca
egizia" di Tamrit. A Sefar arriviamo per l'ora di pranzo e ci riposiamo dalla
lunga e intensa tappa mattutina.Sefar assomiglia ad una grande città abbandonata,
divisa in due dall'oued Sefar: a est c'è Sefar Mellet,la città bianca, a ovest
S. Settafet, la città nera. Le due denominazioni alludono alla differente
colorazione delle rocce e alla presenza, nella parte bianca, della sabbia.
Addentrandosi, ci si sente veramente dentro una città deserta e silenziosa:
lunghi corridoi si incrociano a formare trivi e quadrivi e le masse rocciose
paiono vecchi edifici abbandonati; ci si puo' insinuare fra gli spazi che
li separano come entro atrii e cortili deserti. C'è anche uno spiazzo assolato,
con una piccola duna, che pare una piazza; e c'è una roccia che si apre ad
arco.Il sito presenta una concentrazione tale di dipinti di varie epoche,
che è impossibile descriverli tutti; su certe pareti si contano fino a 12
sovrapposizioni. Alcuni però rimangono impressi in modo indelebile per la
loro bellezza ed eleganza:" i danzatori", con ricchi oramenti pendenti dalle
braccia e dalle ginoc chia, la" dea bendata", tre figure con abiti elegantissimi,
tutte appartenenti allo stile delle teste rotonde. Altre scene colpiscono
per la presenza di immagini bianche di grandi dimensioni, che sembrano mo
struosi idoli, affiancate da teorie di animali e di figure femminili con le
braccia alzate in atteggiamento orante. Non mancano scene di accampamento,
con figure sedute a colloquio o intente a qualche attività, con animali e
pelli stese a seccare, con una scrofa e il suo maialino; e ci sono struzzi,
uccelli e scimmie, forse anche delle farfalle, e antilopi, mufloni. Ouaoua
mi fa cenno di guardare in un piccolo incavo a forma di oblò: dentro scorgo
in buono stato di conservazione tre figure, di cui quella centrale è senza
dubbio una donna incinta. In un'altra grande e complessa scena si scorge,
un po' isolata, una strana immagine, che pare una caricatura: ha membra sgraziate
e un lungo naso; con ogni probabilità è la raffigurazione di un "jin", uno
di quegli spiritelli in cui ancora i touareg credono e di cui hanno sacro
timore. Infine, indimenticabile benché molto rovinata, una figura di donna
seduta a colloquio con un'altra, ormai completamente cancellata. Ha la gamba
destra distesa e quella sinistra ripiegata, la linea che disegna la coscia
è di un'eleganza estrema; sul ginocchio appoggiano la mano destra e il gomito
sinistro; la testa è cancellata. Io l'ho vista nella riproduzione fattane
da Lhote: ha un profilo fine, sicuramente europoide, e un nasino a punta leggermente
all'insù.Molte delle pitture del Tassili sono state rovinate dai lavaggi frequenti,
intesi a farne risaltare le linee e i colori; in 50 anni l'uomo è riuscito
a deteriorare quello che la natura ha conservato per millenni.
Oued Terassuitin-Oued
Tintakenna-Oued Adjedjoum
Abbandoniamo Sefar il pomeriggio
successivo e per un po' camminiamo allo scoperto su un tavolato roccioso con
ampia visuale. In lontananza vediamo i nostri asinelli che procedono parallelamente
a noi.Prendiamo poi l'oued Terassouitin, che all'inizio si restringe in meandri
in mezzo a rocce massicce a stratificazione orizzontale spessa, quindi si
allarga in un letto lastricato da grandi massi grigi e contor nato da sfasciumi.
Nel tardo pomeriggio sfociamo nell'oued Tintakenna, che si allarga in un grande
pianoro chiuso al fondo da lunghi cornicioni di roccia color asfalto, dietro
cui si innalza qualche masso e qualche tozza guglia. Verso la fine dell'oued,
sulla destra, una larga parete ospita un dipinto con buoi, cammelli, figure
bitriangolari, con testa a bastoncino, in movimento e 10 figure centrali sedute.Ancora
due valloni contornati da grandi terrazzamenti rocciosi e quando li superiamo
ci troviamo sul largo, bellissimo oued Adjedjoum; di fronte a noi rocce verticali
riunite a gruppi si innalzano su tavolati orizzontali parzialmente ricoperti
da sfasciumi: è Tinkani, l'attraverseremo domani.La giornata non è stata serena,
ma ora la luce del sole al tramonto colora il paesaggio di tinte morbide,
dolcissime; il vento, che oggi ha un po' rinforzato, cala d'intensità, regalandoci
una sera quieta, che predispone al raccoglimento. Seduta su un masso, mentre
Aziz prepara la cena e gli altri montano le tende, la mia emozione trabocca
in un canto appena sussurrato: il Kyrie e il Sanctus della messa di Da Victoria
mi escono spontanei, come un inno alla maestosa bellezza del paesaggio e un
ringraziamento per il privilegio di poterne godere. Ma il vento ben presto
ricomincia e sono costretta a costruire un riparo al luogo dove ceneremo con
una coperta tesatramite una corda fra due tronchi rinsecchiti. Dopo cena arrivano
i touareg con il the e si intrattengono un poco con noi; il loro comportamento
é sempre molto riservato e discreto, ma ci osservano, e questa sera scopriamo
che hanno dato a ciascuna delle donne un nome rispondente a qualche sua caratteristica:
Anna, che si muove continuamente come un folletto, è Tabarat; Maria Grazia
è Aissha; Raffaella è Bella; io sono Meriem, quella che provvede a tutto.
Quando gli altri vanno a dormire e restiamo solo io e Aziz a fare il bilancio
della giornata e il pro gramma per domani, mi sento improvvisamente triste
e bisognosa di due braccia fra cui raggo mitolarmi, di un corpo il cui contatto
riempia la solitudine di questo momento. Abbandono a terra una mano, senza
pensare a nulla; ma Aziz forse ha intuito e allunga anche lui una mano, toccando
delicatamente la mia, e io sento che non sono più sola.La notte passa abbastanza
tranquilla al riparo della roccia e di un muretto a secco, nonostante il vento
abbia di nuovo ripreso con vigore; c'è evidentemente una perturbazione in
arrivo, altrimenti durante la notte sarebbe cessato quasi del tutto.
Tinkani-Oued Temesseus-Ouan
Issou-Oued Messedjoum
Il mattino attraversiamo
gli scuri massicci rocciosi di Tinkani entro corridoi e spiazzi in cui il
vento si insinua dagli anfratti laterali. Ha soffiato tutta notte, ma ora
ci regala una luce mattutina trasparente che alleggerisce le tinte forti del
paesaggio. Sbuchiamo prima su un vasto reg e dopo aver risalito una duna,
vediamo di lontano nell'oued Tinkani tre gazzelle che fuggono veloci; il vento
ha certamenteportato loro il nostro odore. In uno slargo successivo troviamo
un dipinto con buoi, gazzelle, antilopicavalline e uno strano animale dal
dorso decorato a spina di pesce, e al di sotto 3 teste rotonde bianche.Stiamo
percorrendo ora un lungo corridoio sabbioso fra torrioni, massicci e pinnacoli;
il vento vi si insinua lateralmente e mulina la sabbia. Scendiamo nel letto
dell'oued Temesseous e il vento ci sospinge indietro e ci punge con mille
aghi. In una grande grotta ci sono belle figure umane bitrian golari a gruppi;
alcune sono sedute a cerchio intorno ad una centrale, più maestosa delle altre:
mi fa venire in mente una scena di veglia intorno al fuoco con una nonna che
racconta. La figura centrale, per come è vestita, pare veramente una figura
femminile!Mentre procediamo lungo l'oued che si va allargando, la voce cantilenante
di Ouaoua mi culla; si effonde dolcemente nella vastità del paesaggio, sembra
la voce "del pastore errante nei deserti della Asia": ne ha la lentezza e
la malinconica rassegnazione. Per un poco cerco di accompagnarlo, ma non ho
abbastanza lena per camminare e cantare. Ci fermiamo un poco all'ombra di
una grotta; Ouaoua continua a cantare battendo il ritmo sulla bottiglia di
plastica semivuota che si porta appresso, poi mi chiama, come al solito, per
chiedermi: "neghele?"(andiamo?).Proseguiamo in un alternarsi di reg e hammada.
Gazzelle fuggono in lontananza. Dall'alto di una roccia che sovrasta Ouan
Issou si vede un orizzonte polveroso. Il vento ha rinforzato e mi strappa
di mano i fogli dei miei appunti; sono costretta a gettare lo zaino e a saltare
fra le rocce per recuperarli. Ci riesco, ma è quasi un miracolo. Ouaoua si
appollaia su un cocuzzolo; mi ci affaccio e vedo a nord-est una fitta selva
di pinnacoli dalla tonalità grigia. Stanno arrivando gli asini e Ouaoua me
li addita. Pranziamo qui, non appena ci raggiungono. Intanto l'orizzonte si
fa più polveroso e le nuvole aumen tano. Riprendiamo il cammino attraverso
l'oued Ouan Issou, strettissimo e pieno di oleandri, le cui foglie denunciano
la loro sete. Quando la visuale si allarga, avvistiamo un grande cipresso.
Lo raggiungiamo e li vicino, sulla sinistra, vediamo una grotta con pitture
del periodo bovidiano. Giriamo le spalle al cipresso, saliamo su alcuni cornicioni
di roccia e ci troviamo sul "plateau", un immenso reg di colore grigio-bruno,
solo a tratti interrotto da qualche lieve corrugamento. Ouaoua mi dice che
è lo stesso oued che abbiamo appena percorso. Camminiamo col vento contro,
ma almeno qui non ci soffia addosso la sabbia. Incontriamo due piste molto
battute: sono le piste che collegano Djanet con la Libia e sono percorse per
lo più dai clandestini che vengono dal Niger o dal Ciad e cercano di raggiungere
la Libia, magari per imbarcarsi per l'Europa. Due anni fa mi è capitato di
vederne uno all'ospedale di Djanet, con le labbra gonfie e piagate e la febbre
alta: aveva attraversato il Teneré con 35 compagni pigiati dentro un unico
toyota.A mano a mano che procediamo il "plateau" si rivela meno piatto di
come è apparso all'inizio: in un avvallamento compaiono numerosi i cespugli
che segnalano il letto dell'oued e in lontananza cominciano a profilarsi le
creste delle rocce che orlano l'oued Messedjoum. Chiedo a Ouaoua del vento;
mi dice che di solito non dura meno di tre giorni. Il cielo minaccia e l'orizzonte
è fosco, tranne che verso oriente; se il vento si calmasse certamente pioverebbe,
ma per fortuna nostra e sfortuna del luogo la prospettiva è abbastanza remota.
Avvistiamo in lontananza un cipresso e ricomincia ad arrivarci addosso la
sabbia: l'oued è vicino. Sulla sinistra Ouaoua mi addita alcuni asini selvatici;
ne vedo altri davanti a noi, ma sono i nostri asinelli che già pascolano impastoiati.Avvalliamo
dentro l'oued, dove ci aspetta il campo già predisposto. Il vento, come al
solito verso sera, cala d'intensità e ci regala una serata dolce, con le tinte
calde e morbide del tramonto. Con Aziz faccio una breve passeggiata sul balcone
di roccia ai cui piedi siamo accampati, alla ricerca di un posto riparato
per dormire: non ci si puo' fidare del vento.Questa sera Moni ci ha fatto
la "taghella", la focaccia di semola cotta sotto la sabbia e le braci; la
condiamo con il sugo di carne e verdure fatto da Aziz e ci gratifichiamo con
due bottiglie di un buon vino algerino, che ho tenuto in serbo proprio per
la taghella. Intanto il vento rinforza. Dormo annidata fra le rocce, con la
testa sotto la coperta; il vento mulina la sabbia e la sento sfrigolare mentre
scivola veloce sulla coperta. Al mattino sacchi a pelo, zaini, bagagli, tutto
è ricoperto e pieno di sabbia.
Jabbaren-In Aouarhat
Due ore di marcia ci portano
a Jabbaren: rocce basse, tozze, tutte seghettate; grandi massi che sembrano
piombati dal cielo e rimasti li a contorcersi e a corrodersi al soffio del
vento e della sabbia. Uno sembra un'enorme rotoballa schiacciata dall'urto
sul suolo.Le pitture sono su lunghe pareti, in profondi incavi protetti da
cornicioni fortemente aggettanti a seracco. Vediamo buoi custoditi da uomini
dal profilo negroide, un grosso animale ( il mitico bubalo?) inseguito da
cacciatori, una battaglia fra arcieri, una mandria di bellissimi buoi policromi,
figure bianche esili con corte mantelline rosse, e l'enorme figura bianca
contornata di rosso, simile a quelle viste a Tin Tazarift e Sefar, che Lhote
chiama "il gran dio marziano".Non vedo la bellissima "Antinea", una magnifica
figura femminile, identificata con la mitica regina del popolo Touareg. Quando
siamo al campo ne chiedo a Ouaoua; mi dice che siamo passati davanti al riparo
che la ospita, ma non l'abbiamo vista perché è ormai completamente cancellata.
Anche le bellissime figure chiamate "giudici di pace" sono completamente stinte:
le riconosco, ma hanno perso tutto il loro splendore.Abbiamo poco tempo per
pranzare, perché la visita pomeridiana a In Aouarhat richiederà circa quattro
ore e bisogna essere di ritorno al campo prima che faccia buio, non oltre
le 19.Qualcuno protesta: siamo tutti un po' stanchi, ma non si può rinunciare
ad In Aouarhat; io so che ci sono alcune fra le più belle pitture di tutto
il Tassili. Partiamo alle 15. Scendiamo nel letto profondamente incavato dell'oued
Jabbaren e risaliamo faticosamente sul versante opposto. Mi giro per guardare
alle mie spalle: Jabbaren da qui sembra un villaggio di grosse capanne tondeggianti
e tozze. Attraversiamo lo stretto letto dell'oued In Aouarhat e ci addentriamo
in un luogo che a me pare meraviglioso. In Aouarhat è in alto, isolata fra
due oued; sembra fuori dal mondo. Le nuvole si sono un poco alzate e la luce
dona alle rocce una tinta morbida; il paesaggio assomiglia un poco a quello
di Sefar, ha lo stesso fascino avvolgente. Le grandi rocce, profondamente
incavate, hanno curve morbide; si avrebbe voglia di addentrarsi nel loro labirinto
per perdercisi dentro e non uscirne mai più. Mi pare che quassù, in questo
paradiso sospeso sotto il bellissimo cielo del Sahara, si potrebbe essere
felici, felici anche di morirvi, per restarci per sempre. Uscirne mi procura
una lacerazione pro fonda, come di chi sente di stare esiliandosi dalla propria
terra.Le pitture sono veramente di una qualità eccezionale, benchè siano anch'esse
sbiadite. Riconosco la stupenda dea cornuta o "dama bianca", col corpo riccamente
adorno e la testa rotonda da cui partono due corna, che paiono raccogliere
una pioggia di semi. Un' antica divinità agreste forse?Poco lontano c'è una
testa rotonda bianca, affiancata da una figura ricoperta da una maschera policroma,
che mi ricorda le maschere vegetali che gli uomini indossano nella festa più
significativa dei Kel Djanet, la "Sebeiba", che si svolge nella seconda metà
del mese di marzo. Bellissima anche la "nuotatrice" coi seni sul dorso: le
sue lunghe braccia e le gambe filiformi sembrano agganciare un uomo con le
membra raccolte; al di sotto una strana figura di color verdognolo fa pensare
ad una lumaca. Si tratta certamente di una scena dalle forti valenze simboliche,
ma di difficile interpretazione. Accanto c'è l'immagine di una donna nera
coi seni tatuati. Raggiungiamo l'accampamento che il buio sta scendendo; Aziz
ha la cena quasi pronta. E' l'8 marzo, la festa della donna ; ho riservato
una bottiglia di Prosecco per brindare questa sera. Ma al momento del brindisi
ci attende un'altra sorpresa: per ognuna delle donne del gruppo c'è un biglietto
disegnato da Eugenio e firmato dagli uomini. La cena è particolarmente allegra:
forse tutti sentiamo che questa è l'ultima sera sul Tassili e, anche se per
due giorni ancora saremo insieme, questo è il momento con clusivo di una avventura
che ci ha molto accomunato.
Akba Aroum-Terarart
Comincia la discesa verso
Akba Aroum, più ripida, ma più breve di Akba Tafilalet, per la quale siamo
saliti. Incontriamo qualche gruppo che sta salendo e per le 13 siamo ai piedi
dell'altopiano. Gli asini ci hanno preceduto e Aziz ha già predisposto tutto
per il pic nic, dando fondo alle ultime provviste.E' il momento del commiato
dagli asinieri. I saluti sono calorosi e corredati da una foto di gruppo,
per la quale Moni si avvolge tutto nel suo shesh scuro, lasciando visibili
solo i suoi occhi alteri e penetranti, mentre Ouaoua, a viso scoperto, viene
a mettersi accanto a me, appoggiandomi una mano sulla spalla.Ci disponiamo
ad attendere i Toyota, che non arriveranno prima delle 15, e tutti si spargono
all'ombra delle acacie, per riposare e forse per riordinare i ricordi di questa
intensa esperienza. Io e Aziz prepariamo tutte le casse che verranno caricate
sulle macchine, poi ci avviamo lentamente lungo il vallone, per andare loro
incontro. Dopo poco compaiono. Il primo ad arrivare è Alkher e come al solito
è elegantissimo in una gandura a righe verticali bianche e azzurre con il
shesh bianco.Ci ha portato dei dolci, a cui facciamo molta festa, e un mazzolino
di fiori.Sulla via del ritorno ci fermiamo un'ora a Djanet, per comprare qualche
souvenir e scrivere qualche cartolina; ne approfitto per acquistare una collanina
con la croce di Agadez per Umberta, e un piccolo cammello, opera di un "forgeron"
locale , per Chiara, che di cammelli fa collezione.Verso le 18 raggiungiamo
Terarart per l'ultimo campo. Il cielo si è completamente rasserenato, ma il
vento continua, anzi rinforza, e in questo luogo aperto è difficile difendersi
dalle ventate che fanno schioccare i teli delle tende e portano via tutto
ciò che è abbastanza leggero. Questa sera si cena con il couscous, che Alkher
ha preparato a casa sua e che è veramente squisito, e si dà fondo alla provvista
di vino che era rimasta a Djanet. Poi si va a dormire in previsione della
levata all'alba di domani e del lungo viaggio che ci aspetta. Trovo un punto
riparato dietro la roccia scelta per il campo; all'inizio sono abbastanza
protetta, ma presto il vento si scatena e mi investe con violenza. Non serve
nemmeno coprirsi la testa con la copera : la sabbia si infila dentro il sacco
a pelo, che al mattino ne è tutto pieno, così come lo zaino e le borse. Quando
aggiro la roccia, mi accorgo che ha fatto volare anche i teli esterni delle
tende, così in realtà questa notte quasi nessuno è riuscito a dormire, tranne
forse i touareg, che ci sono abituati.Facciamo colazione rapidamente e alle
7 siamo in partenza per l'aeroporto. Faccio a mala pena in tempo a scambiare
con Aziz l'indirizzo e il numero di telefono. Meglio! Così non c'è tempo per
la tristezza della separazione e per i rimpianti.
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