Rallye Optic 2000
Tunisie - 18/4/2000 2.a tappa Remada-El Borma 380 km.
hh. 8 siamo al secondo giorno di gara, in
attesa del via. Una formidabile tempesta di sabbia ha dato il suo ben venuto
a partire dalla notte del 16 alla carovana del rally e la classifica generale
del 1° giorno ne è stata concretamente condizionata. I distacchi
però sono esigui, ci sono ancora 6 giorni di gara pieni da correre.
Personalmente sono moderatamente soddisfatto, nonostante la mia 62.ma posizione,
ieri sono riuscito a cavarmela pur affrontando due lunghi tatti di "navigazione
pura" uno dei quali di quasi 30 km. In passato non mi era mai capitato
per un così lungo tratto.
5..4..3..2..1.. go! Sono partito. Il primo tratto di pista è godibile.
Il fondo è di "sablette" consistente, la moto galleggia bene.
Prendo un buon ritmo. Non ci vuole molto ad iniziare il rito dei sorpassi,
il mio passo è concreto, io sto bene, incremento la velocità.
Dopo 108 km di piste dure, in un canyon fantastico formato da un fiume in
secca (oued) troviamo il CP1 . Va tutto bene, credo di aver superato almeno
una 20.ma di concorrenti il che mi da la sensazione di una buona prima parte
di gara.
Stiamo puntando verso l'estremo sud della Tunisia. La pista corre parallelamente
alla linea del confine libico ad una distanza di 4-5 km.
La guida si fa più impegnativa, grazie anche al caldo che comincia
a farsi sentire sotto la tuta.
Do una succhiata al tubo della fida Camel Back . Da alcuni chilometri il Trip
principale non mi convince. Noto delle differenze con il secondo di riserva
troppo accentuate rispetto alle accettabili tolleranze. Però non me
ne preoccupo più di tanto. Continuo. L'obiettivo successivo è
il CP2 al quale si potrà fare rifornimento di benzina, mangiare qualcosa
e effettuare un rapido controllo alla moto perché è prevista
una neutralizzazione di 10 minuti . Dopo 184 km. di gara ecco in lontananza
l'inconfondibile sagoma del camion "essance" con un gruppetto di
piloti intorno.
Bene, tutto ok. Riparto, mancano 200 km, pare che il "bello" della
tappa debba ancora venire.
Appena ributto gli occhi sulla strumentazione vedo che il Trip 1 ha veramente
qualcosa che non va. E' fermo, i numerini del display indicano 185 quando
almeno una decina di chilometri dopo il CP2 li ho già percorsi. Il
Trip 2 segna 189, forse è più giusto. Sta di fatto che quando
la pista davanti a me scompare letteralmente sotto una formazione di dune
bianche sono insicuro sulla precisione dell'indicazione del chilometraggio
del punto in cui mi trovo. Mi affanno un po'.
Noto delle tracce di ruote che contornano l'ostacolo da destra e decido di
seguirle. Completato un intero semicerchio ecco che nuove tracce riprendono
la linea ideale della pista abbandonata poc'anzi in direzione Sud (CAP 180-190)
. Ci siamo. Dopo un po' però i solchi cominciano a sparpagliarsi, chiaro
segno che qualcosa non va, è impossibile che sia la direzione giusta,
sono troppo le tracce di piloti che hanno avuto dei dubbi ed hanno cambiato
direzione, chi a sinistra chi a destra. Rallento, mi fermo. Ritorno sui miei
passi e ritrovo un gruppetto di piloti (tra i quali due italiani) che hanno
lo stesso mio dubbio "non siamo sulla pista giusta". Mentre stiamo
discutendo, all'orizzonte, più a Sud di circa 1 km., due auto in gara
sfrecciano con la velocità di chi è sicuro della propria scelta.
Senza il minimo commento ci tuffiamo tutti quanti all'inseguimento delle vetture.
Credo che ognuno di noi abbia fatto lo stesso ragionamento: le auto hanno
sistemi GPS più sofisticati, senz'altro hanno individuato una pista,
se non quella corretta, almeno una parallela che porta al successivo obiettivo,
il CP3.
Sono l'ultimo dei quattro motociclisti. Intento a seguire gli altri, non mi
avvedo di una duna "cassée" piccolissima ma sufficiente a
procurarmi una innocua caduta. Mi rialzo in tutta fretta, avvio prontamente
il motore, alzo gli occhi, ma dei miei occasionali compagni di viaggio mi
rimangono solo le traccie sulla sabbia. In un batter d'occhio sono spariti
tutti, auto e moto.
Il GPS mi indica che la direzione è corretta, la distanza in linea
d'aria dal CP3 e di circa 25 km. Non mi preoccupo più di tanto. Seguirò
le tracce, non posso sbagliarmi.
Per molti km l'operazione è impegnativa ma agevole. Le dune sono alte
uno-due metri, ma gli interspazi sono di terreno duro e i solchi dei copertoni
di chi mi precede sono evidenti.
Ma siamo nel deserto, l'imprevisto non tarda ad arrivare, imprevisto che si
chiamo vento. Non è forte, in moto lo percepisco appena, ma sulla superficie
della sabbia opera un lavoro incredibile: cancella ogni traccia quasi a voler
ripristinare magicamente gli armoniosi e geometrici disegni rovinati dal passaggio
dei vandali motorizzati.
Nello spazio di pochi chilometri le impronte che seguivo spariscono completamente.
Non mi perdo d'animo, ho sempre lo strumento che mi indica la rotta e continuo.
La regione in cui mi trovo è un complesso di vallate delimitate da
colline rocciose e grandi formazioni di dune. Alla confluenza di due valli
separate dal piede di una montagna, raggiunta seguendo il GPS, devo prendere
una decisione: stare a destra o a sinistra.
A sinistra, prima di poter percorre la valle, si devono superare un gruppo
di 4 o 5 dune piuttosto alte, non è così semplice; a destra
le dune sono più basse (a mo di schiena d'asino) forse più fattibili:
"senz'altro hanno preso a destra" pensando ai motociclisti che mi
precedono, e così faccio.
Dopo circa 4 km. la valle finisce "contro" una muro di dune altissime.
Pur vedendo che il GPS indica "dritto" convengo che sarebbe una
pazzia tentare di superare delle dune così alte. Ammesso di riuscire
a superarle, chi mi garantisce di trovare aldilà un terreno consistente?
Ritento con un'altra valle. Al terzo vicolo cieco mi risulta chiaro che sto
girando a vuoto senza concludere niente. Mi fermo, mi pare di sentire dei
rumori, forse dei motori, trattengo il fiato, tendo le orecchie e scopro che
il mio amico vento riesce anche a simulare il suono sordo dei motori quando
arrancano tra le dune di sabbia.
Non devo perdermi d'animo, non voglio perdermi d'animo. Riparto. Di li a poco
scorgo nella sabbia una traccia. Ho un sussulto. Un altro concorrente è
passato in questo posto. Se ha trovato la pista lui, seguendolo la troverò
anch' io. Vai! Ricaricato dal ritrovamento riparto con un ritmo di nuovo brillante
e per più di un km seguo con entusiasmo quella nuova traccia.
Ma passato il primo momento di euforia un dubbio atroce mi assale. Osservando
meglio mi rendo conto che la traccia che seguo é la mia. Sto inseguendo
me stesso. La delusione cocente mi comporta anche una distrazione e l'ennesima
caduta a testa in giù mi risveglia dall'illusione ed in quel momento
mi sento tremendamente solo.
"La gara é persa
" mi dico ".. non ce la farò
mai
".
E' vero, in quel momento il pensiero più corretto dovrebbe essere rivolto
alla propria incolumità, a tutela della propria integrità fisica.
Al diavolo la gara! al diavolo la classifica! Ma così non è.
Alzo gli occhi verso l'orizzonte, il sole è alto e caldissimo, saranno
le 2 del pomeriggio. D'un tratto ad una distanza indefinita, scorgo quello
che pare proprio essere un motociclista in piedi vicino ad una moto. Mi dimeno,
gesticolo facendo ampi cenni con le braccia alzate, grido, cerco di attirare
l'attenzione del collega maneggiando qualcosa che rifletta i raggi del sole.
Ma niente, il tipo non mi vede. Fanc . . .Decido di avvicinarmi e ritentare,
un compagno di sventura col quale tentare di raggiungere il CP non sarebbe
male.
Non so se ridere o se disperarmi quando avvicinatomi al "motociclista"
scopro che si tratta di un tronco d'albero secco vicino ad un cespuglio. Mamma
che "scherzo del pentu" .
Una forte tentazione mi assale. Sono stanco, mi sto demotivando, quanti chilometri
sono che vago senza risultato? Non inizio neanche il calcolo, non voglio sapere.
Un solo momento di intima disperazione mi prende, penso alla "balise"
, a Cyril che per il secondo anno arriverebbe a prendermi con il suo elicò
, al mesto ritorno al bivacco, un dejà-vu triste.
Mentre tutto all'esterno pare fermarsi, ho la netta sensazione di cercare
qualcosa dentro di me, quasi a rovistare in fondo alla mia tuta per tirare
fuori ancora una dose di motivazione, una ragione.
"No" mi dico "non mi fermo, continuerò a cercare una
via d'uscita finché avrò una goccia di benzina, e se capiterà
mi beccherò il "tombino" da Cyril e amen".
Decido di invertire la rotta e di tornare sui miei passi, non so bene perché,
ma rinfrancato dalla mia decisione istintivamente credo che sia la soluzione
migliore.
Dopo una 10.na di minuti mi ritrovo al punto in cui, alla biforcazione in
due distinte valli, avevo deciso di prendere a destra. Riguardo, cerco di
sforzarmi, di pensare che cosa il gruppo degli altri aveva valutato in quel
punto. Scendo dalla moto, percorro alcuni passi a piedi e salgo sulla prima
delle grandi dune che sbarrano la strada per la valle alla mia sinistra. Si,
la vedo, c'è una traccia, impercettibile, leggera ma è sicuramente
l'impronta di un tassellato riparata da un ciuffo d' erba, per questo il vento
non l' ha cancellata completamente. Riavvio per l'ennesima volta il motore
della mia povera XR , sembro un cavaliere del Medio Evo, non so se più
Orlando Furioso o Don Chisciotte, so che parto alla disperata. I primi scavalcamenti
riescono, però dopo un po' iniziano i voli giù per le dune.
Le braccia sono stanche e non sono in grado di governare la moto al meglio.
Così non si contano le volte che libero la moto dalla forte morsa della
sabbia. La paura di restare senza benzina ad ogni caduta mi fa scattare in
piedi come una molla e rialzare con rabbia la motocicletta onde evitare delle
perdite dai serbatoi. Finalmente aldilà di un'ultima grande duna scorgo
un terreno roccioso e consistente. Affronto l' "ultimo sforzo" con
troppa foga senza capire che dall'altra parte la discesa é ripidissima.
Rotoliamo, io, la moto, il cielo, la moto, la sabbia. Quando finalmente ci
fermiamo la moto mi blocca un piede. Cerco di liberarmi in fretta ma al primo
strattone sento un "crack" sinistro provenire dalla caviglia. Decido
di fiatare e rilassarmi. Con calma libero lo stivale dall'incastro, il piede
sta bene. Facendo leva sulle gambe rimetto in piedi la moto e mi guardo intorno.
Il terreno roccioso che prima vedevo di fronte a me, in effetti si è
trasformato in una montagna piuttosto "altina" ed inoltre tra me
e la parete ci sono ancora delle dunette di sabbia più piccole, ma
friabili al punto da non riuscire a salire a piedi. Insomma sono caduto in
una "tampa" dove il vento ha plasmato delle strane formazioni di
arena soffice, quasi volatile.
Devo calmarmi. Avverto un impellente stimolo fisiologico che accolgo come
un buon segno. Mi sfilo un guanto, lo pongo sotto la stampella laterale affinché
consenta alla moto di stare diritta pur trovandomi su un fondo di sabbia finissima.
Espletato il bisognino effettuo un "auto ceck-up". Forse più
sui valori delle mie capacità intellettive che fisiche. Ma sto bene.
Mangio una barretta energetica ai cereali, una pasticca di Cebion, bevo dalla
Camel Back più abbondantemente.
Nel frattempo guardandomi intorno mi frulla nella mente una frase di Cyril:
"nel deserto c'è sempre un modo per aggirare un ostacolo".
In quel momento ho proprio bisogno di trovare una soluzione.
Faccio una passeggiata nell'intendo di farmi venire qualche idea. Percorro
un corridoio tra le dune che compie una svolta e si ferma contro la parete
della montagna che vedevo dalla sommità della grande duna. Si tratta
di una parete di roccia lucida e ripidissima alla base della quale la sabbia
appoggiata forma un invito. "Questa è la soluzione" mi dico.
Memore delle tante lezioni ricevute da "capo" Verra durante le escursioni
sulle montagne cuneesi valuto che l'unico modo per uscire da quel buco è
tentare di salire su per la parete !
Torno indietro tracciando con i piedi le zone con la sabbia più consistente
in modo da evitare insabbiamenti e acquisire la velocità necessaria
per scalare la parete.
Casco, guanti, marsupio, motore. Non voglio riflettere molto, ciò nonostante
so di non avere più di una change. Tengo duro, per i primi metri la
moto sale più agevolmente di quel che credevo, solo vicino alla vetta
la ruota posteriore comincia a scivolare e data la rapidità la moto
saltella sul posto senza più arrancare. Insisto, do più gas.
Sento il copertone che raspa rabbiosamente contro la roccia viva. Lentamente
la moto sale. Sono su. Non mi volto neanche indietro a guardare. Di fronte
a me lo scenario cambia completamente, respiro profondamente.
Un gruppo di montagne molto arrotondate mi si presenta davanti e riesco a
vedere una linea appena accennata ma evidente. Mi avvicino ed ho la conferma
che si tratta di una pista di certo abbandonata da molto tempo. Mi posiziono
in maniera che il GPS sia rivolto verso il punto in cui la vecchia percorso
sparisce all'orizzonte. La freccia elettronica conferma che la direzione in
cui va la strada è quella giusta. Probabilmente si ricongiunge alla
pista che originariamente dovevo percorrere, perlomeno questo è quello
che spero più di ogni altra cosa.
Per 2-3 chilometri percorro la pista che sul terreno duro è ancora
abbastanza evidente. Forse la sabbia è finalmente finita. Invece no.
Di li a poco una bella formazione di dune sbarra prepotentemente la via. "Porca
Eva, ci risiamo!" Sarei tornato indietro dalla disperazione se non fosse
stato per la visione, proprio vicinissimo all'inizio delle nuove dune, di
un gruppo di tracce rimaste perché il suolo è formato da delle
grandi macchie di minerale bianco e poroso. Individuo distintamente l'impronta
di un'autovettura e almeno tre moto. "Sono loro!" penso "i
motociclisti e l'autovettura in precedenza inseguiti per parecchi chilometri".
Altra scarica di adrenalina e via. Supero l'ennesima formazione di dune. Queste
sono un po' meno impegnative da sovrastare ma un paio di "voletti"
riesco ancora a farli.
Dopo alcuni chilometri, a distanza di 800 metri circa, distinguo una figura
umana, questa volta vera. Punto direttamente verso l'individuo. Si tratta
di un motociclista tedesco. La sua moto è riversa pochi metri più
avanti. Non so chi dei due sia più contento di vedere l'altro. Dalla
postura capisco che deve aver preso una bella botta; si tiene la mano sinistra
sul petto, è evidentemente molto provato.
"Dovresti aiutarmi a tirare su la moto" mi chiede "così
nascosta tra le dunette non siamo visibili dalle auto che arrivano, rischiamo
di essere travolti. Ho provato da solo ma non ci riesco, credo di aver la
clavicola fratturata". Ci credo, a giudicare dalla posizione del braccio
la spalla deve essere anche malamente lussata. Metto in piedi la sua moto
in una posizione che possa fare una minima ombra. Prendo il suo casco e lo
metto pochi metri più indietro, ben visibile. E' il segnale convenzionale
che c'è un motociclista fermo tra le dune. Mi prendo cura del malcapitato.
Lo faccio sedere a terra vicino alla moto, apro il telo termico in dotazione
obbligatoria e lo fisso da un lato sulla sella della sua KTM, dall'altro lo
appoggio sulla sua testa. Gli chiedo come va. Non risponde. Mi guarda fisso
negli occhi. Conosco quello sguardo dal dispiacere intenso, non per il dolore
del momento, non per le conseguenze e i disagi che l'infortunio inevitabilmente
comporterà, ma per l'abbandono della gara. In un attimo si sono vanificati
mesi di lavoro, di sacrifici, di sogni, in quel momento ti impegneresti anche
la camicia pur di proseguire, pur di vincere la tua sfida.
Solo più tardi capirò che per me quell'incontro è stata
una fortuna. Guardo la sua moto e nonostante la stanchezza ho un guizzo nella
mente, la benzina ancora contenuta nei serbatoi del tedesco a lui non servirà
più, mentre per me é oro colato.
Alla mia richiesta annuisce. Per contro mi chiede di segnalare il suo punto
GPS agli addetti al CP3 che dista "solo" 8 Km in linea d'aria. Lo
saluto con due colpetti sulla sua spalla sana e riparto.
Trovo poco più avanti un pilota che mi fa ampi cenni affinché
mi fermi. Si tratta di un pilota tunisino che non riesce più a riavviare
la sua Yamaha perché a preso una forte botta alla gamba destra. Scalcio
un bel po' di volte prima di far partire sto cavolo di WR400. Come un disperato
riparte all'avancarica e si va ad insabbiare 100 metri più avanti.
Mi guarda. Da lontano con il dito indice gli faccio "no", mi spiace
ma non ho più energia da sprecare.
Fortunatamente siamo sulla pista principale, due altri motociclisti lo vedono
e vanno ad aiutarlo.
Il CP3 è composto da un 4x4, un tavolino, un ombrellone e due addetti
alla rilevazione del passaggio dei concorrenti. A me pare una metropoli.
Alla rituale e gentile domanda del commissario "Ca va?" rispondo
dirigendomi verso le bottiglie d'acqua che sono a disposizione dei concorrenti.
Mi ricordo del tedesco e passo ai commissari le coordinate GPS del pilota
infortunato che prontamente vengono comunicate via radio all'elicottero dei
medici.
Finalmente posso sincronizzare il road book e strumentazione con dei dati
certi: sono al 255° km della prova speciale, il mio Trip segna 305, praticamente
50 km in più di "escursione gratuita"!
Se non avessi chiesto quanto mancava all'arrivo sarebbe stato meglio perché
la risposta "125 km. di sabbia" mi lascia senza parole.
Fa caldo, con il residuo di una bottiglietta mi butto in po' d'acqua giù
per il torace e la schiena, brrrrrr, che sensazione di benessere.
Beh, è ora di ripartire. Facciamoci questa passeggiatina di 125 km
tanto per gradire.
L'ultima emozione di giornata me la provoca l' ammutolimento improvviso del
motore quando oramai mancano una decina di chilometri alla fine. Ruoto tutti
e tre i rubinetti benzina sulla posizione "riserva" e dopo una mezza
dozzina di calci riavvio il motore.
Non mi ricordo più il numero di gara del tedesco, ne il suo viso, ma
dal profondo del cuore lo ringrazio, senza la sua benzina mi sarei fermato
molto prima e difficilmente altri concorrenti agli sgoccioli come me si sarebbero
fermati per darmene anche un solo litro. Nella giornata si conteranno una
40.na di ritirati, tra cui molti in panne di benzina.
Sotto lo striscione di fine tappa, alle 16 e 40, nonostante comprenda il danno
che la giornata appena trascorsa mi comporterà in classifica, provo
un sentimento di stima nei miei confronti, subito schiacciato dal pensiero
che al bivacco mi aspetta la "mécanique" .
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